Foto di Giulia Iani, murales sottopasso zona Quadraro - Roma

Cultura della macchia o macchia nella cultura?

Street art o vandalismo
di Giulia Iani

La street art è uno strumento per comunicare dissenso, esprimere preoccupazioni politiche o problemi sociali. Si tratta di una forma di arte pubblica popolare ed è vista, in alcuni casi, come mezzo di rigenerazione urbana. Ma quando è considerata come una forma di vandalismo?
Non è facile stabilire il limite oltre il quale si possa definire con chiarezza che cosa è arte e cosa non lo è. La necessità di utilizzare le pareti della città - come oggi viene utilizzato il “muro” di Facebook - per esprime amore, rivalità, frustrazione e protesta, è una pratica in atto da tempo immemore. Basti pensare al duplice significato correlato alla scritta “Viva Verdiche comparve sui muri di Milano e Venezia in epoca risorgimentale. Se da un lato inneggiava il famoso compositore Giuseppe Verdi - e quindi appariva politicamente innocua - dall'altro la scritta poteva essere letta come un acronimo con il significato di “Viva Vittorio Emanuele Re D'Italia” (e quindi acquistare un preciso significato politico anti-austriaco).
L’arte dei graffiti, nell’accezione di opera artistica, ha inizio negli Stati Uniti come forma di comunicazione visiva rispetto ad eventi sociali, idee politiche, arte e cultura. Alcuni fra i più famosi artisti di strada, come Banksy, hanno definito la street art come una “performance pubblica” per mezzo della quale gli street artists creano e comunicano i loro lavori attraverso una riformulazione del linguaggio scritto.
Citando il sociologo francese Foucault, gli artisti di strada reinterpretano i simboli linguistici usando ironia, paradossi e contrasti come strumenti per cambiare e condividere aspettative nella cornice del panorama urbano. E Roma ritrae un fondale perfetto per definire gli elementi visivi e spaziali di questa rappresentazione. Confrontando ciò che a Roma è considerata vera arte di strada (si prendano in considerazione le zone del Pigneto, Quadraro, Cinecittà e Ostiense dove gli artisti hanno ricevuto il permesso ufficiale da parte delle amministrazioni capitoline per creare le loro opere d'arte) e ciò che invece è considerato solo un esempio di vandalismo (come i graffiti sui vagoni delle metropolitane, sui monumenti e in generale sui beni culturali della Città) non è sempre facile definire perché quello che per alcuni è un puro atto vandalico, per altri è arte.
Legalmente la street art è considerata vandalismo perché deturpa senza permesso proprietà pubbliche e private. Pur esistendo alcune forme molto artistiche di “etichettatura”, il prevalere di scarabocchi sui muri (come firma o segno di una banda di writers) non contribuisce certamente alla bellezza della città. Si tratta di una questione alquanto controversa alla quale non è semplice e immediato rispondere. Molti esempi di street art ad esempio contribuiscono - per alcuni - ad un aggiungere un significato estetico all’ambiente urbano. Ciò che è certo però, al di là dal ritenere che la dissolutezza di chi ha abbracciato l’arte del writing illegale comporti lo sfigurare il volto della città, è che ci stupiamo di fronte a chi invece contribuisce volontariamente a ripristinare la bellezza della Roma eterna. È così che i volontari di Retake Roma, con pennello e pittura alla mano, combattono la battaglia morale della degenerazione. Inutile dire però, in una società come la nostra dove sembra prevalere la logica del “guardo solo al mio orticello” (ma in quell’orticello più grande in fondo ci vivono proprio tutti), che il pensiero comune confluisce attorno al “chi glielo fa fare?”. Mi piace tuttavia pensare alla street art come ad una cultura che, inserita in vasi troppo piccoli per contenerla, trabocchi di emozione, talento, speranze, sogni e creatività trasformandosi in forme e colori nel nostro paesaggio urbano.

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